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PAOLO LEVI: Lo spartito cromatico del riconoscibile
La pittura di Gianpaolo Pillinini esplora
il colore nelle più vivide luminosità della tavolozza, giocando sulla
forma con un piglio autorevole e con una grafia fortemente segnica e
densamente espressiva. I suoi lavori sono argomentazioni esplicite, dove
i temi ricorrenti sono visioni paesaggistiche, composizioni di nature
morte e studi sulla figura umana. I colori a olio convivono spesso sulle
sue tele con il carboncino, per la precisa intenzione di rivelare la
tessitura cromatica, che appare così in campiture ampie, ma sezionate e
contenute dal tracciato del nero.
Parlare di questo giovane artista bolognese,
la cui formazione accademica è stata successiva a una laurea in Ingegneria,
vuol dire confrontarsi con un professionista colto, dalla manualità molto
ben controllata, e che si tiene lontano dal paesaggio spesso senza sbocchi
di molta arte contemporanea. Di Pillinini convince invece la coerenza
estetica e formale della sua ricerca, che rivela uno studio appassionato
del museo del Novecento, e l’intenzione di tracciare una linea di
continuità con i maestri storici europei della figurazione, a partire da
Cézanne.
La sua produzione copiosa
suggerisce una notevole sicurezza esecutiva, dato che tutti i suoi lavori
appaiono meditati e conchiusi, sia dal punto di vista formale che di
contenuto. L’impasto cromatico è spesso e materico, le campiture larghe,
ma minuziose nella resa narrativa del contesto visivo, che è ben
comprensibile in quanto trattenuto nei limiti di una espressività concisa
e ben aderente al riconoscibile; tuttavia se volesse svincolarsi dal segno
che definisce la sintassi e l’intenzione figurale, l’artista potrebbe
anche rischiare la soglia dell’informale lirico.
Sono tre le argomentazioni
su cui questo giovane artista esercita la sua creatività, ed
esplicitamente citate nelle brevissime titolazioni che accompagnano i suoi
lavori: il paesaggio, la figura e la natura morta. Di più classico non si
potrebbe trovare, eppure in ognuna di queste ben realizzate composizioni
le variabili sono infinite, cosicché ognuna di esse vive di una felice
autonomia, evidentemente rinnovandosi ogni volta nell’autore il gusto di
inventare soggetti e costrutti, senza ripetersi mai. Attenendoci dunque
alla catalogazione fornita da lui stesso, per prima cosa vanno esaminati i
suoi studi sul nudo: qui, in apparenza, la forma si attiene ai dettami
accademici, ma il rapporto tra le masse e i contorni supera di gran lunga
la lezione classica, in quanto le linee dei corpi si intrecciano in
geometrie prospettiche che rispondono a un ordine spaziale per così dire
paesaggistico, e che preludono a una perdita dei caratteri e delle
fisionomie, per approdare alle sintesi volumetriche del post-cubismo; allo
stesso modo il colore si esercita con grande libertà per creare gli
effetti di profondità, di rilevanza e di movimento legati alla lezione
anatomica, ma nel contempo sottrae il soggetto a una rappresentazione
naturalistica per delineare solo il suo posto nello spazio.
Quanto all’impaginato dei
paesaggi di Pillinini, va detto che qui soprattutto è il colore a farsi
carico della rappresentazione, dove i profili delle colline, gli scorci
cittadini, o gli orizzonti marini non si rivelano al primo impatto visivo,
ma diventano immagine solo dopo un percorso fra le tacche cromatiche che
si ricompongono prospetticamente in un insieme coerente, come per moto
spontaneo, via via che l’osservatore trova la giusta distanza per una più
precisa messa a fuoco. Questo vale anche per le nature morte: qui frutti,
ciotole, vasi, fiori respirano e vibrano nelle masse tonali, nelle
sovrapposizioni cromatiche, e soprattutto nei segni scuri che ne
tratteggiano i contorni.
Non occasionale è, a questo
punto, il richiamo già fatto a Cézanne. In questi anni di oppressiva
avanguardia, che utilizza tecniche al di fuori dei canoni pittorici, come
la video-art, la fotografia o l’installazione ambientale, ci sono artisti
come Pillinini che escono dal quadro generale, sfuggendo alla scelta
manichea tra sperimentazione e conservazione. Sembra qui che il lavoro
dell’artista e la sua poetica espressiva ritornino ai paletti che Cézanne
mise in atto con un taglio rivoluzionario dei piani, dei volumi e degli
spazi, come risposta alla crisi irreversibile del post-Impressionismo. Il
messaggio fu captato assai bene da Picasso che, con Les Desmoiselles
d’Avignon, andò ancora oltre, pur conservandone i quesiti formali, e
aprendo le porte al Cubismo.
Nei lavori di Pillinini si
avverte ora la medesima necessità poetica di attenersi al vero come
allusione al momento che tiene – Montale l’avrebbe chiamato anello –
riconoscendo cioè all’immagine il potere di rivelare, all’interno del
valore cromatico, situazioni arcane e sensazioni inaspettate, come quelle
trasmesse da uno spartito musicale, che annuncia adagi, improvvisi, e
sequenze scintillanti di note.
Paolo Levi
VLADIMIRO
ZOCCA
Gianpaolo
Pillinini rende gli oggetti - una brocca, una lampada, delle mele -
distinzione di strutture di corpi materici, che strappano segni e colori
all'oscuro profondo dello spazio infinito della mente.
Vladimiro Zocca
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VALERIO GRIMALDI:
Oggetti di Paesaggio
Una desueta pittura per accumulazione in
cui si aprono improvvisi di spazio e di colore. Un riferimento al
paesaggio, più immaginato che visto, senza concessioni illanguidite di
naturalismo sognante o lirico. Un avvicinarsi scabro, segnato, elementare
e analitico insieme, ad orizzonti fatti per volumi e per scansioni,
segnati da accensioni di cromie intriganti e improbabili. Impianto
reiterato nella natura morta dove oggetti, frutti sparsi, cose di
ordinario quotidiano perdono di identità sino a farsi pretesto e
accidente del dipingere.
Gianpaolo Pillinini è giunto a queste sua ultime cifre
espressive bruciando in tempi brevissimi le stazioni obbligate
dell’approccio naturalistico e di marca squisitamente neofigurativa. Ma
già dai primi rilevamenti dell’inizio, risultava evidente come
l’inquietudine stanziale dei primi lavori anticipasse una rapida
accelerazione e mutazione del suo fare arte nato occasionalmente ma subito
divenuto urgenza imprescindibile e improrogabile.
Il liberarsi da alcuni
ancoraggi e polarità ha dato, così, inizio ad una stagione di abbandoni
delle evocative frontalità del visibile per nuove suggestioni determinate
nel comporsi, del colore, nell’inseguirsi dei ritmi e dei tagli, nelle
accentuazioni di geometrie mosse e flessibili, nelle ricognizioni
cezanniane e nelle ripartenze della forma verso l’esterno, in fortissime
tensioni lineari irradiate di pastosità cromatiche libere e inventate, di
spessori di materia a rompere quell’aggrovigliarsi di linee e segmenti.
In questa nuova alchimia figurativa
l’artista stabilisce un contatto di tipo nuovo con la realtà e la natura,
riprende un racconto per immagini, propone un colore non descrittivo ma
affidato all’emozione, ripristina impronte di memoria aperte e possibili,
restituisce tensione ed istigazione evocativa anche ad un semplice
paesaggio urbano o ad un orizzonte di mare. Procedendo per sintesi
successive ecco allora apparire questo sovrapporsi di case definite in una
spazialità organizzata, in un gesto controllato e deciso, in balenate
fughe prospettiche e sulle quali sfogano cieli come angustie di ricerca
informale.
Da questa stazione un processo per filtri successivi sta
avanzando e abbandonando il porto sicuro di un descrittivo anomalo seppure
definito. Pillinini insiste, infatti, nello sminuzzare l’immagine, nel
metabolizzarla ulteriormente in una approssimazione fatta di tessere di
colore dove un segno nervoso accentua il cortocircuito di nuove pulsioni
verso l’astratto. Il paesaggio visto appare in divenire come un paesaggio
morfologico in cui le stratificazioni e le sovrapposizioni si acquietano
in piani scomposti e dinamici, in decantazione della forma. Il tutto
bruciato in un tempo di poche stagioni di lavoro frenetico, intenso,
serrato.
Nessuna
onda anomala sembra
poter scalfire la disordinata compostezza di questo
pittore la cui identificazione non è più in forse.
E non perché lui tenda
all’originalità come paracadute di un possibile anonimato figurativo e,
neppure, perché l’artista sia alla ricerca di una personalizzazione
forzata che lo ponga offlimits dall’uso e dalla tradizione. In effetti,
quella di Pillinini è insieme urgenza e ricerca,
viaggio verso un
essenziale pittorico che sia comunicazione sotto il vigile controllo di un
anima razionale, di un mestiere collaudato, ma pronta ad affiorare
seducente, cangiante, trasgressiva. In sintonia, forse, con l’affermazione
di Jean Fautrier quando scriveva: -“La pittura è una cosa che non può far
altro che distruggersi, che deve distruggersi, per reinventarsi in ogni
momento”-.
E’ così che Pillinini ha
distrutto progressivamente in una impressione di calma e di finito formale
- quasi un grido subito riassorbito nel silenzio - il suo primo concitato
naturalismo. Restano di quel periodo alcune costanti coloristiche: i rossi
rancidi e corrotti, le mezze tinte segnate, alcune fughe di azzurri
intensi, le tenui trasparenze degli ocra, le ambragite accensioni dei "bruni",
i gialli caldi o asprigni a sedare trasparenze di rosa violetti. Ma si
sono aggiunte in itinere ampie campiture di spazi aperti, pennellate
larghe collassate in una gestualità quasi automatica, essenzialità e
purezze di un comporsi quasi morandiano.
Alcune nature morte,
poi, hanno sorprendenti analogie ed esiti di postcubismo o lievitanti
dissolvenze nabis sempre costruite in quel processo di accumulazione che
oggi caratterizza la pittura di questo giovane ma ormai consolidato
artista bolognese, comunque veneto di nascita. E la dolce luce veneta
delle origini non è stata dimenticata per strada. Anzi ritorna come un eco
lontano ed indimenticabile nei colori magri, in pulviscoli iridescenti, in
materia pittorica tesa e vibratile, in variazioni cromatiche che divengono
risposte emotive che propongono “oggetti di paesaggio” di raffinata e
palpabile emotività.
Sono questi oggetti la
natura altra che Pillinini predilige, una natura tutta interiore, intesa
come percorso mentale ed emozionale, come combinazione o come costruzione
a seconda delle opzioni che l’artista le vuole affidare. Natura tanto più
vera quanto più improbabile e sottesa, ricomposta nella sua essenza di
volumi, recuperata nella memoria, reale nella sua finzione metafisica
dell’immaginato cui corrisponde la realtà dell’immaginabile.
Accade così che l’artista si immerga sempre più nel suo
mondo fatto di frammenti, tracce, schegge, trucioli di tempo. Una
successione di immagini pulite, severe, restituite alla loro oggettività
nella macerazione dei colori che si fanno racconto e in una impaginazione
di quadro diviso in scansie e spazi, francescano e severo nel proporre una
visione asciugata, ripulita, sospesa, spoglia. Quasi a ricavarne l’essenza.
Sino ad arrivare a quel “notturno” venato di azzurri e di improvvise cupe
profondità o a quelle “rocce” composte come tessere di mosaico che ci
affidano un Pillinini diverso e possibile per un vicino domani.
Valerio Grimaldi
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