Gianpaolo Pillinini, Artista contemporaneo        

 

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Recensioni Critiche

 

VLADIMIRO ZOCCA:

Gianpaolo Pillinini rende gli oggetti - una brocca, una lampada, delle mele - distinzione di strutture di corpi materici, che strappano segni e colori all'oscuro profondo dello spazio infinito della mente.

 

VALERIO GRIMALDI: Oggetti di Paesaggio

Una desueta pittura per accumulazione in cui si aprono improvvisi di spazio e di colore. Un riferimento al paesaggio, più immaginato che visto, senza concessioni illanguidite di naturalismo sognante o lirico. Un avvicinarsi scabro, segnato, elementare e analitico insieme, ad orizzonti fatti per volumi e per scansioni, segnati da accensioni di cromie intriganti e improbabili. Impianto reiterato nella natura morta dove oggetti, frutti sparsi, cose di ordinario quotidiano  perdono di identità sino a farsi pretesto e accidente del dipingere.

Gianpaolo Pillinini è giunto a queste sua ultime cifre espressive bruciando in tempi brevissimi le stazioni obbligate dell’approccio naturalistico e di marca squisitamente neofigurativa. Ma già dai primi rilevamenti dell’inizio, risultava evidente come l’inquietudine stanziale dei primi lavori anticipasse una rapida accelerazione e mutazione del suo fare arte nato occasionalmente ma subito divenuto urgenza imprescindibile e improrogabile.

Il liberarsi da alcuni ancoraggi e polarità ha dato, così, inizio ad una stagione di abbandoni delle evocative frontalità del visibile per nuove suggestioni determinate nel comporsi, del colore, nell’inseguirsi dei ritmi e dei tagli, nelle accentuazioni di geometrie mosse e flessibili, nelle ricognizioni cezanniane e nelle ripartenze della forma verso l’esterno, in fortissime tensioni lineari irradiate di pastosità cromatiche libere e inventate, di spessori di materia a rompere quell’aggrovigliarsi di linee e segmenti.

In questa nuova alchimia figurativa l’artista stabilisce un contatto di tipo nuovo con la realtà e la natura, riprende un racconto per immagini, propone un colore non descrittivo ma affidato all’emozione, ripristina impronte di memoria aperte e possibili, restituisce tensione ed istigazione evocativa anche ad un semplice paesaggio urbano o ad un orizzonte di mare. Procedendo per sintesi successive ecco allora apparire questo sovrapporsi di case definite in una spazialità organizzata, in un gesto controllato e deciso, in balenate fughe prospettiche e sulle quali sfogano cieli come angustie di ricerca informale.

Da questa stazione  un processo per filtri successivi sta avanzando e abbandonando il porto sicuro di un descrittivo anomalo seppure definito. Pillinini insiste, infatti, nello sminuzzare l’immagine, nel metabolizzarla ulteriormente in una approssimazione fatta di tessere di colore dove un segno nervoso accentua il cortocircuito di nuove pulsioni verso l’astratto. Il paesaggio visto appare in divenire come un paesaggio morfologico in cui le stratificazioni e le sovrapposizioni si acquietano in piani scomposti e dinamici, in decantazione della forma. Il tutto bruciato in un tempo di poche stagioni di lavoro frenetico,  intenso, serrato.

Nessuna onda anomala sembra poter scalfire la disordinata compostezza di questo pittore la cui identificazione non è più in forse. E non perché lui tenda all’originalità come paracadute di un possibile anonimato figurativo e, neppure, perché l’artista sia alla ricerca di una personalizzazione forzata che lo ponga offlimits  dall’uso e dalla tradizione. In effetti, quella di Pillinini è insieme urgenza e ricerca, viaggio verso un essenziale pittorico che sia comunicazione sotto il vigile controllo di un anima razionale, di un mestiere collaudato, ma pronta ad affiorare seducente, cangiante, trasgressiva. In sintonia, forse, con l’affermazione di Jean Fautrier quando scriveva: -“La pittura è una cosa che non può far altro che distruggersi, che deve distruggersi, per reinventarsi in ogni momento”-.

E’ così che Pillinini ha distrutto progressivamente in una impressione di calma e di finito formale - quasi un grido subito riassorbito nel silenzio -  il suo primo concitato naturalismo. Restano di quel periodo alcune costanti coloristiche: i rossi rancidi e corrotti, le mezze tinte segnate, alcune fughe di azzurri intensi, le tenui trasparenze degli ocra, le ambragite accensioni dei "bruni", i gialli caldi o asprigni a sedare trasparenze di rosa violetti. Ma si sono aggiunte in itinere ampie campiture di spazi aperti, pennellate larghe collassate in una gestualità quasi automatica, essenzialità e purezze di un comporsi quasi morandiano.

Alcune nature morte, poi, hanno sorprendenti analogie ed esiti di postcubismo o lievitanti dissolvenze nabis sempre costruite in quel processo di accumulazione che oggi caratterizza la pittura di questo giovane ma ormai consolidato artista bolognese, comunque veneto di nascita. E la dolce luce veneta delle origini non è stata dimenticata per strada. Anzi ritorna come un eco lontano ed indimenticabile nei colori magri, in pulviscoli iridescenti, in materia pittorica tesa e vibratile, in variazioni cromatiche che divengono risposte emotive che propongono “oggetti di paesaggio” di raffinata e palpabile emotività.

Sono questi oggetti la natura altra che Pillinini predilige, una natura tutta interiore, intesa come percorso mentale ed emozionale, come combinazione o come costruzione a seconda delle opzioni che l’artista le vuole affidare. Natura tanto più vera quanto più improbabile e sottesa, ricomposta nella sua essenza di volumi, recuperata nella memoria, reale nella sua finzione metafisica dell’immaginato cui corrisponde la realtà dell’immaginabile.

Accade così che l’artista si immerga sempre più nel suo mondo fatto di frammenti, tracce, schegge, trucioli di tempo. Una successione di immagini pulite, severe, restituite alla loro oggettività nella macerazione dei colori che si fanno racconto e in una impaginazione di quadro diviso in scansie e spazi, francescano e severo nel proporre una visione asciugata, ripulita, sospesa, spoglia. Quasi a ricavarne l’essenza. Sino ad arrivare a quel “notturno” venato di azzurri e di improvvise cupe profondità o a quelle “rocce” composte come tessere di mosaico che ci affidano un Pillinini diverso e possibile per un vicino domani.

 

 

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